L’intelligenza artificiale è l’architetto del futuro?

Andrea Daniele Signorelli
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Una nuova generazione di AI sempre più sofisticate, come Midjourney, mostra nuove possibilità per la progettazione: abbiamo cercato di capire se e come sostituiranno l’uomo e il suo lavoro.

A meno che non abbiate completamente abbandonato i social network, nelle ultime settimane avrete sicuramente visto all’opera Dall-E. È uno dei più recenti e noti algoritmi di intelligenza artificiale, creato dal laboratorio di ricerca OpenAI e in grado di dare vita a immagini sulla base delle nostre indicazioni di testo. Nonostante la versione originale sia ad accesso limitato, una versione “mini” è disponibile online per tutti ed è proprio quella utilizzata per creare le immagini più improbabili (“Spiderman nello stile di Picasso”, “un cowboy nello spazio”) che stanno invadendo le vostre bacheche.

Ci sono altri algoritmi, dal meccanismo simile, che stanno venendo però impiegati in maniera più ragionata, meno caotica e con ambizioni che in alcuni casi vanno oltre la semplice sperimentazione o divertimento. È il caso per esempio di MidJourney, che – tra i vari utilizzi – sta rapidamente incuriosendo e affascinando il mondo dell’architettura, settore che presta sempre maggiore attenzione agli utilizzi possibili del deep learning, come dimostra anche l’ultimo monografico di Architectural Design dal titolo Machine Hallucination interamente dedicato al tema.

“Midjourney è perfetto per creare evocazioni e suggestioni architetturali”, spiega a Domus Mario Coppola, architetto fondatore di Ecosistema Studio e autore del progetto Villa Postumana, esposto alla scorsa Biennale di Venezia. “Fino a ieri la parte più complessa del processo creativo e progettuale era proprio il concept. Attraverso un set di parole chiave – per esempio ‘villa pervasa da vegetazione’ – Midjourney riesce invece a presentare una gamma di alternative, permettendo poi di sviluppare ulteriormente il lavoro a partire da una o più di queste varianti. Di solito per ottenere risultati soddisfacenti bisogna passare da un certo numero di iterazioni, anche sette o otto, ma alla fine ciò che si ottiene è in alcuni casi davvero impressionante”.

Osservando alcuni dei risultati ottenuti tramite Midjourney (rintracciabili su Instagram attraverso l’omonimo hashtag), è facile immaginare di essere davanti a sperimentazioni artistiche che poco hanno a che fare con progetti architettonici concreti. Le cose però non stanno proprio così: “Nella maggior parte dei casi, questi risultati vanno considerati come spunti e suggerimenti a cui il designer faticherebbe ad arrivare senza l’aiuto di una IA”, spiega Niccolò Casas, architetto e ricercatore alla Bartlett UCL (University College of London) e autore di Plasticity. “Probabilmente ci sarebbe bisogno di un intero studio di collaboratori che selezionano quali idee tenere e quali scartare: l’intelligenza artificiale dà quindi la possibilità anche ai microstudi di creare interi cataloghi di situazioni architettoniche”.

Come avrà però notato chiunque si sia cimentato nell’utilizzo di un qualunque algoritmo “artistico”, i risultati ottenuti hanno spesso un’estetica molto peculiare e omogenea tra loro. Non c’è il rischio che si crei un appiattimento generalizzato sullo stile che è la cifra distintiva del singolo algoritmo? “Si e no, perché in realtà questo è un problema che c’era già”, prosegue Casas. “Tra addetti ai lavori, quando vediamo un disegno sappiamo già che software è stato utilizzato per realizzarlo. Inoltre, inizialmente pensavo che i comandi iniziali determinassero gran parte del risultato, invece sono le iterazioni successive a farlo. Questo ti permette di avere uno spettro differenziato, ma è fondamentale che ci siano numerose iterazioni del processo”.

“Nel campo dell’architettura organica non cerchiamo un’autorialità pura”, prosegue Mario Coppola. “Il nostro obiettivo è di ibridare, portare in questo mondo cose estranee come la biologia o il corpo umano. Nella ricerca di questa ibridazione, l’intelligenza artificiale è davvero uno strumento innovativo che mescola naturalmente ciò che trova. Funziona un po’ come le rocce sedimentarie: tutto ciò che incontra diventa parte della stratificazione”.

Sarebbe però un errore pensare che algoritmi come Midjourney siano già pronti all’uso per dare vita a progetti architettonici da inserire – anche solo come spunti – in un catalogo professionale: “Quando si mostrano queste immagini a un cliente, il rischio di sembrare dei pazzi è abbastanza elevato”, spiega sempre Coppola. “E questo anche perché non c’è la possibilità di apportare variazioni aggiungendo di volta in volta ulteriori informazioni e sviluppando quindi il lavoro in una direzione più precisa. Tutte le varianti che si vengono a creare sono inoltre sempre abbastanza radicali”.

Si tratta molto probabilmente di un limite che verrà superato nel tempo, anche grazie agli stessi architetti che contribuiscono, con il loro utilizzo, ad addestrare la macchina selezionando i risultati più rispondenti ai loro bisogni. Per il momento, ci sono comunque dei modi per aggirare gli ostacoli più evidenti: “È difficile piegare le qualità della AI su un singolo caso specifico architettonico”, prosegue Casas. “Quello che si può fare è di scomporre i vari elementi, invece di lavorare sul risultato totale”.

Una situazione di compromesso che rimanda anche a un altro aspetto: per quanto sia inevitabile che l’automazione di parecchi processi si ripercuota sulla quantità di posti di lavoro a disposizione (anche in questo articolo, il lavoro della IA è stato paragonato a una “squadra di assistenti”), la sensazione più forte è che quella in corso tra essere umano e intelligenza artificiale sia una collaborazione dalla quale entrambi sono in grado di ricavare il meglio. Una sorta di fusione? “È qualcosa che personalmente avverto molto”, conferma Coppola. “Continuo ad avere bisogno di un quaderno per gli schizzi, ma ormai mi rendo conto di sentire la necessità di vedere il modello 3D prendere forma”.

Il rapporto tra architetto – o, più in generale, creativo – e l’intelligenza artificiale non è comunque pacifico: “Siamo tanto esaltati quanto terrorizzati”, conclude Casas. “Il ruolo dell’architetto e del designer, d’altra parte, è quello di far vedere qualcosa che prima non c’era, dopodiché sono gli ingegneri e i geometri che si occupano di materializzare questa intuizione. Ovviamente, l’intelligenza artificiale lavora proprio su questa parte: sull’intuizione e sulla capacità di visualizzazione. Questo non significa che non ci sarà più lavoro per noi in futuro, ma che sicuramente è destinato a cambiare drasticamente”.

L’intelligenza artificiale è l’architetto del futuro?
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